Carignano è un comune periferico-provinciale di Torino. Si trova sulla sponda sinistra del fiume Po, all'ingresso sud della metropoli torinese. Si tratta di uno dei comuni piemontesi più vicini al corso del fiume e storicamente più dipendenti da esso. Fino al primo Novecento fu uno dei comuni piemontesi più importanti, poi fu trascinato in un lungo declino economico e demografico dal fallimento dello storico lanificio Bona, cui il paese si era legato come one company town.
Storia
Come testimoniato dai reperti archeologici del Garetìn, un isolotto sul Po a valle del ponte per Carmagnola, il tratto di fiume compreso fra i due ponti di Carignano era attraversato almeno già nel Neolitico (asce di pietra verde piemontesi erano scambiate dalla Bretagna all’Ungheria). Con ogni probabilità, a partire dall’età del Bronzo (famosa l’ascia di bronzo tipo Cressier da Carignano), si era introdotta la navigazione del fiume e diversi punti lungo il suo corso si erano sviluppati nei millenni sia come porti che come guadi per gli scambi commerciali. Nella posizione dove oggi sorge il ponte per Racconigi (fra Lombriasco e Carmagola (nei pressi di Casalgrasso)), si è trovata una spada votiva del IX secolo a.C., di un tipo attestato nella valle del Reno, probabilmente a protezione di un altro porto-guado. A partire dall’VIII secolo è invece documentata la presenza di comunità etrusche alloctone, dedite al commercio transalpino. In età augustea, a partire dal 49 a.C., si era compiuta la colonizzazione della pianura a monte di Torino, un territorio che Roma aveva fino ad allora semplicemente attraversato, senza penetrarlo, sfruttando una strada preesistente che collegava gli abitati protostorici di Carmagnola e Cavour, attraverso un guado sul Po presso l’attuale Carignano. Sempre in età augustea veniva costruita una seconda strada romana per collegare Torino a Carmagnola, passando con ogni probabilità anche questa volta per Carignano e guadando il Po nello stesso punto o presso Casalgrasso. Intorno al quadrivio dovettero sorgere vari insediamenti, testimoniati da reperti archeologici come tombe romane, vasellame, tratti di selciato ed armi. Con il consolato di Vibio Pansa (43 a.C.) si fonda il Forum Vibi Caburrum a capo della XI Regione Augustea, la Transpadana, confinante con la IX Regione Taurinense sui corsi del Po e del Chisola.
La cristianizzazione dell’area, attribuita nell’agiografia ufficiale a San Dalmazzo (III secolo d.C.), avviene senz’altro lungo le direttrici appena citate. Le pievi romaniche che si contano sul territorio sono almeno tre, oggi tutte ricadenti nel territorio comunale di Carignano: Madonna degli Olmi, San Remigio e San Vito. La loro collocazione su un’unica traiettoria, che segue per cinque chilometri il tracciato della strada moderna, con uno scostamento verso il fiume di due-trecento metri, ricalca fedelmente la via romana di Pollenzo e testimonia una certa dispersione degli abitati. Nessuna delle pievi è databile con la benché minima precisione, anche se vi sono motivi per ritenere che, magari ricostruite in seguito, possano essere presenti già prima della dominazione longobarda.
Del periodo longobardo (568-774) si sono ritrovate due necropoli e due nuclei sepolcrali nobiliari presso Carignano. La necropoli minore (senza nome) si trova a circa 700 metri da Carignano sulla strada per Castagnole, la principale presso la pieve di San Vito (tetti Brüss o località Boatera). Entrambe sono annesse a piccoli nuclei “costituiti in materiali leggeri e deperibili” e ancora riconoscibili. I nuclei sepolcrali nobiliari sono stati ritrovati presso le pievi di San Remigio (località Valdòc) e di San Vito (sempre tetti Brüss). Quest’ultimo, a soli 250 metri dalla necropoli di cui si è detto, è probabilmente di origine più antica e riutilizzato dalla classe dirigente longobarda: “queste sepolture sembrano infatti costituire un esempio di continuità d’uso di un’area funeraria di età romana e poi tardo antica, piuttosto raro in Piemonte. Si tratterebbe quindi del cimitero dei membri della nuova classe dirigente militare e politica sovrappostasi ai proprietari romani” [Giacomo Rodolfo]. In epoca carolingia l’area passa sotto la Marca di Saluzzo e sono documentate tre curtes (borghi) non ancora murate, intorno alle relative chiese: San Remigio, San Martino (ampliamento della pieve di San Vito) e San Giovanni, nel frattempo costituito. Ma gli sconvolgimenti maggiori, qui come altrove in Piemonte, saranno dovuti all’incastellamento della fine del primo millennio.
Il borgo murato di Carignano
Il primo borgo di Carignano è costituito all’incrocio delle due strade romane, con uno sviluppo sbilanciato verso sud, ad includere la curs di San Giovanni ed escludendo quella di San Remigio. La “villa di Carignano” è testimoniata già nel 1064 in un documento in cui la marchesa di Saluzzo, Adelaide di Savoia, assegna a Santa Maria di Pinerolo “tre mansi insieme col porto”. Nel 1159 l’imperatore Federico I assegna la “corte di Carnano” al vescovo di Torino. Del castello si conservano i muri perimetrali in corrispondenza della strada antica del porto, circa 150 metri più a nord dell’attuale. Il porto natante o traghetto “era formato da due barche accostate o da una sola, grande, sulle quali veniva costruito un impalcato con una baracca. L’ancoraggio era effettuato tramite un pilotto di legno piantato al centro del corso del fiume, al quale era legata una corda collegata alle baracche del porto. Una barca sussidiaria, più piccola, veniva posta a metà del tiro di corda” [museo civico G.Rodolfo di Carignano]. Nel Duecento sorge un conflitto sul passaggio di Carignano fra il conte Tommaso di Savoia, alleato con i comuni di Carmagnola e Asti, e i marchesi di Romagnano, alleati con Torino, Testona e Pinerolo. Questi ultimi fanno costruire la torre ed il fortilizio, oggi detti “del Po morto” a difesa di un ponte in legno (poco più a sud del porto) che si impegnano a costruire con Carmagnola e Asti, dopo alterne vicende. Il ponte sfrutta un isolotto al centro del fiume ed è levatoio nel ramo verso Villastellone, “perché potessero passare le barche che dal Fortepasso in quel di Carmagnola trasportavano a Torino il sale che, portato da Finale, era ammassato nei magazzini di Fortepasso” [G.Rodolfo, 1957]. L’accordo prevede che il borgo non possa superare “i 500 fuochi”, ma dopo 50 anni è rotto per il forte impulso dato ai commerci dal nuovo ponte e si dispone l’ampliamento delle mura, spostando l’asse nord-sud e le relative porte ad ovest di un isolato e l’asse ovest-est ancora a sud di un isolato. Oltre alla porta di Po, aperta pochi anni prima per il nuovo ponte, si costruiscono così le porte poi dette del Rivellino (ovest), dei Meinardi (nord) e del Mercato (sud). Si insediano nuove case nobiliari, di cui rimane una via porticata sulla piazza San Giovanni, il monastero di Santa Chiara abbandona l’ubicazione fuori le mura nel sobborgo di San Remigio e si insedia sul sito di “certe case dei Provana” presso la porta dei Meinardi dove viene costruita la chiesa tra il ‘300 e ‘400.
La rete idrica che serve il territorio carignanese è costituita da due canali artificiali più antichi e principali, ad andamento quasi parallelo: l’Oitana e il Vuotasacco, che prendono le acque dal torrente Lemina e le versano nel Po. L’Oitana ha un percorso più diretto, dal Lemina a San Remigio, dove sbocca nel Po alimentando il fosso presidiale delle le mura settentrionali di Carignano. Un piccolo canale urbano derivato dall’Oitana serviva già nel 1333 i molini che il principe d’Acaja possedeva, presso la Porta dei Meinardi. Il Vuotasacco ha un percorso più tortuoso e lambisce a Carignano a sud presso San Martino e seguendo le mura ad est su un terrazzo intermedio del Po, fino a confluire nell’Oitana. Più tardi la bealera Vittona alimenterà il canale dei Molini, che raggiunge il fosso meridionale della città e finisce nel Vuotasacco. Tra il 1455 e il 1457 venne scavata la bealera Pancalera, derivante le sue acque sempre dal Lemina, ma molto più a monte delle due precedenti, quasi in territorio di Pinerolo, passante per Pancalieri e contribuente sia del Vuotasacco che dell’Oitana. Casi di insediamenti sviluppatisi all’incrocio tra rete viaria e rete idrica sono ravvisabili nella borgata Balbo, nei Tetti Peretti, e nei Tetti Pautassi. Il Vuotasacco ha favorito lo sviluppo dell’insedimento rurale-signorile del Brillante, di Sesseno, Giumiengo e parte di Tetti Ruffino. Sulla sponda destra il canale principale, probabilmente coevo del primo borgo murato di Carmagnola, che doveva risanare, devia le acque del Meletta fino allo Stellone, alimentando la Gorra e Tetti Faule.
Nel corso del Cinque-Seicento la struttura agricola di cui si è detto, è completata da una fitta rete di insediamenti rurali. Composte di un corpo principale esposto a sud, integrato da tettoie sussidiarie sugli altri lati al margine dell’aia, si dispongono tenendo conto dell’orientamento su un reticolo stradale formato dalle dorsali medievali e da vicoli ad esse perpendicolari per la penetrazione ai diversi ingressi delle proprietà. Nelle frazioni difficilmente si possono individuare nuclei centrali generatori: il termine “tetti” usato in gran parte di essi ed accompagnato da un nome di famiglia fa pensare alla proliferazione di una cellula famigliare originaria e non ad un impianto pianificato. La chiesa e il forno che costituiscono i servizi più antichi di queste comunità appaiono in pianta come ritagliati nel tessuto ordinario delle cellule da cui in planimetria non si differenziano, sul margine della strada centrale. Raramente questi servizi si staccano dal contesto come nel caso di Campagnino in cui siamo in presenza di una chiesa che si è venuta a creare sulla base di un pilone votivo. La struttura edilizia è diversa in base alle epoche e in base agli insediamenti ma un esempio base è composto da un fabbricato principale rivolto verso sud, con un volume di due piani fuori terra a manica semplice. Su di una estremità dell’edificio hanno posto la stalla ed il sovrastante fienile. Sull’altra sono presenti a piano terra la cucina con un piccolo retro più basso destinato a crutìn e al primo piano le camere da letto, cui si accedeva da una scala sulla facciata della casa; sovente il granaio era nel sottotetto.
Risalgono al Seicento le testimonianze più antiche di opere idrauliche sul Po, coinvolgendo con tagli ed inalveamenti anche nomi eccellenti come quelli dei Vitozzi e dei Castellamonte. Non rimangono tracce nel fiume, più volte rimodellato naturalmente e artificialmente, né disegni, ma solo citazioni di toponimi coinvolti, spesso anch’essi cancellati. Le trasformazioni urbane Con il Cinquecento e l’avvento dell’artiglieria le mura all’antica, strette ed alte, devono essere fortificate o rimpiazzate da terrapieni e complessi di difesa “a prova di bomba”. A Carmagnola, avamposto del Marchesato di Saluzzo, si prova a fare della Gardezzana una cittadella a quattro punte, senza città da difendere (il borgo murato è compreso nella cittadella, a riprova della sua modestia) e con i tre borghi esterni, di Viurso, San Giovanni e Moneta, a ridosso. A metà Seicento, come già accennato, data la vulnerabilità della soluzione, le fortificazioni sono ampliate a spese dei borghi. A Carignano, invece, viene eretto un semplice terrapieno a ridosso delle mura trecentesche, sono abbattute le mura antiche e sono muniti gli angoli di origlioni. La semplicità della soluzione consente uno sviluppo urbanistico più libero. Si ampliano e si creano sedi conventuali e si costruiscono edifici sacri, occupando vecchie aree residenziali con uno spostamento della popolazione verso i sobborghi. Si crea la nuova parrocchiale di San Giovanni, abbattendo la vecchia chiesa entro le mura, si sviluppa il monastero delle Clarisse di San Giuseppe come filiazione di quello di Santa Chiara verso la metà del Seicento. La Chiesa del Suffragio o della Misericordia (Battuti Neri), fondata per voto della comunità e solo in un secondo momento affidata alla confraternita, può insediarsi sul sito dell’antica cortina muraria ad occidente del concentrico presso la zona della porta del Rivellino e il mulino delle Ripe. L’edificio si sostituisce a due case acquistate dal comune ai margini del concentrico dove vi è l’interramento dell’antico fossato ed è delimitata verso settentrione e verso occidente dal “canale dei Mulini”. La confraternita dello Spirito Santo (Battuti Bianchi) giunge alla sua definitiva collocazione dopo una serie di spostamenti dalla periferia verso il centro, spostamenti che portarono alla crisi di una delle più antiche confraternite. Il più antico Monastero di Sant’Agostino fondato nel 1476 era fuori dalla porta del Mercato. Fuori le mura Santa Maria Maddalena, già sorgente presso il sito dell’attuale cappella della Madonna di Loreto; San Martino di Allodio (oggi Cascina San Martino), di cui sussiste l’abside romanica di San Vito. Santa Maria di Pogliano, scomparsa, era ubicata, secondo diversi documenti, lungo le fortificazioni vicino al Po.
Nel Settecento lo sfruttamento agricolo del fertile territorio padano a monte di Torino è decisamente completato e si tende non tanto all’espansione, ma alla trasformazione dell’esistente, con grandi opere pubbliche di rettifica di strade e fiumi, la realizzazione di architetture auliche entro il tessuto urbano e l’inserimento di strutture ad alto e medio livello architettonico anche negli abitati isolati: l’esempio più alto è la Cantalupa [cfr scheda]. Sorti peggiori hanno subito villa Carpeneto presso La Loggia e la cascina Gabbia,che ha anche subito modifiche strutturali, pur senza cancellare del tutto l’opera settecentesca nel meraviglioso arredo interno e negli affreschi delle porte e degli scuri intagliati e dipinti. L’autonomia dei cascinali isolati determina l’assunzione delle strutture collettive proprie delle frazioni. La cappella con il campaniletto che fa parte del complesso di molti cascinali, la cascina dotata di campanella per richiedere soccorso, il forno che non poteva mancare in ogni cascinale. Nel corso del Seicento e del Settecento si moltiplicano gli esempi di cappelle aggregate a cascinali o ville: Sesseno, Rivarolo, la Ca’, Cantalupa. Per la maggior parte delle frazioni presenti nel territorio di Carignano le chiese appaiono o sostitutive di una abitazione precedente, o inserite nel modulo tipico della cellula rurale: Tetti Peretti, Tetti Pautasso, Ceretto. Alle biforcazioni delle vie disposte a raggiera attorno agli abitati si incontrano croci, piloni e cappelle: degne di nota San Rocco (al bivio tra le strade di Castagnole e Piobesi, da non confondersi con la Pieve di San Rocco, conservata nell’abside di San Martino), San Grato (alla biforcazione delle strade di Pancalieri e Saluzzo). La cappella del Pilone Virle, sorta nel 1882 al posto di un antico pilone, ricalca ancora questa sistemazione rituale. Architetture religiose Due fenomeni tipici dell’epoca barocca sono la rimodellazione e la riqualificazione di alcuni importanti spazi pubblici urbani, in concomitanza con il sorgere di edifici ecclesiastici di particolare rilievo. Per nuove cospicue imprese edilizie si deve attendere la realizzazione della cappella del Valinotto (1738-39), dell’Ospizio di Carità (1744-49) e della nuova Parrocchiale di San Giovanni (1756-1764). Il sorgere di tali edifici caratterizza la fisionomia della scena urbana esprimendo in modo emblematico la vitalità sociale ed economica della Carignano di pieno Settecento, ancora lontana dal declino cui sarà condannata a partire dal secondo Ottocento.
Nel corso del Settecento, probabilmente a causa delle perturbazioni prodotte dai tagli, il Po distrugge l’antica strada romana nel tratto a nord di Carignano, aprendo un nuovo e terrificante meandro fra San Remigio a Madonna degli Olmi. Nel frattempo la strada di Torino ha subito una deviazione di tracciato anche presso il Sangone, dove di due ponti, per Carignano e per Pinerolo, è rimasto solo il secondo, quello del Nichelino. La strada di Carignano (sul sedime dell’attuale corso Roma in Borgo San Paolo di Moncalieri) continua a servire il mercato di Moncalieri, ma per la direzione di Torino diviene conveniente una scorciatoia, passante per una cascina detta della Loggia, intorno alla quale sorgerà col tempo l’abitato omonimo. Mentre continuano le opere di sistemazione del fiume a “difesa” dell’abitato e della campagna e le opere idrauliche di irrigazione, si delinea nella seconda metà del Settecento un ampio sistema di nuovi tracciati stradali o di rettifiche degli esistenti, in funzione di una nuova efficienza dei collegamenti a livello sovra-comunale. Attorno al 1760 si definisce il sistema dei più importanti tracciati stradali con la nuova strada da Torino per Carignano e Racconigi (ponte sul Po a Casalgrasso) e con la strada da Carignano a Vinovo. La politica delle opere stradali, promossa dall’amministrazione sabauda in questo periodo, e integrata su scala minore da iniziative locali, è per così dire ratificata e proseguita dal governo napoleonico che promuove la costruzione del nuovo ponte tra Carignano e Carmagnola, terminata nel 1813, con un taglio da San Martino a Salsasio, su un tracciato inedito e inconsapevolmente quasi ricalcante il passaggio paleolitico di cui si è detto. Il ponte, sempre in legno e più volte rifatto fino all’ultimo dopoguerra, sostituisce quello di Carignano, distrutto dagli austriaci in ritirata nel giugno del 1800.
Nel 1764 venne eseguito l’inalveamento del Po dal Comune di Carmagnola. Secondo il Casalis, le continue esondazioni del fiume in questo tratto avevano reso indefiniti i confini amministrativi tra i comuni di Carmagnola e Carignano generando conflitti tra le due comunità oltre notevoli danni alle colture. Con il concorso delle Regie Finanze e del comuni di Carignano e Lombriasco vennero operati 7 tagli. I tagli che si diedero in linea retta da una parte e dall’altra dell’alveo erano larghi dai 30 ai 15 metri. Il restringimento finale consentiva di utilizzare la forza dell’acqua per incavare il nuovo alveo del fiume che alla fine raggiunse i 123 metri di larghezza. Ma nonostante le opere dirette dall’ing. Boldrini, in breve tempo le sponde iniziarono a cedere lasciando spazio al fiume di riprendere il suo originario andamento meandriforme. L’unico tratto intatto ancora oggi dell’inalveamento del Po è quello a difesa del ponte di Lombriasco.
Nella prima metà dell’Ottocento il territorio del
fiume è quasi totalmente assorbito dagli sforzi,
rivelatisi vani, di rettificarlo e renderlo
navigabile per imbarcazioni di media stazza.
Non
è questa la sede per entrare nel dibattito
storiografico, ma è importante notare come siano i
trasporti la variabile fondamentale negli
avvenimenti a partire da questo momento: il fiume,
già navigato con grandi difficoltà da millenni, con
quattro porti natanti in funzione da secoli (Carignano,
Campagnico, Carmagnola e Casalgrasso-Racconigi),
subisce con l’avvento della ferrovia un improvviso
crollo di
interesse, che da spasmodico diventa quasi nullo
dopo il 1850. Con la ferrovia saltano tutti i
progetti di potenziamento della navigazione fluviale
e si assiste ad un ribaltamento del punto di vista
delle comunità locali sul territorio. Il mito del
progresso, l’euforia dello sviluppo, l’esaltazione
della macchina, la spettacolarizzazione del consumo
domineranno il secolo e mezzo a venire, non solo
nelle politiche di gestione del territorio, ma nello
stesso immaginario dei suoi abitanti e nel loro
atteggiamento verso le risorse naturali. Carignano è
esclusa dal passaggio della ferrovia per Savona, che
ha invece una stazione importante in Carmagnola e
attraversa il Po solo a Moncalieri, toccando
Villastellone e Trofarello. In breve Carmagnola
supera Carignano in popolazione e sono forti le
proteste di una città carica di storia che si vede
condannata al declino per l’emigrazione dei suoi
abitanti. Solo nel 1881 verrà realizzata la ferrovia
a scartamento ridotto per Torino, che rimase il
principale collegamento fino al secondo dopoguerra,
nonostante i tentativi fatti dalle amministrazioni
comunali del primo Novecento per assicurare al
proprio territorio il raddoppio del primo tratto
della Torino-Savona, che era però a questo punto
tecnicamente improponibile. Nel 1889 si costruisce
in murarura il ponte per Villastellone, per
facilitare l’accesso alla stazione più vicina. Il
ponte è costruito nella stessa posizione dell’antico
ponte in legno per Chieri, sostituito per tutto
l’Ottocento dal porto natante, a fronte
dell’alternativa del nuovo ponte di Carmagnola. La
zona del Po Piccolo adiacente all’abitato aveva nel
’600 la denominazione di Po Morto, con riferimento
all’alveo da tempo abbandonato dal fiume. La prima
sistemazione dell’area che i vecchi chiamano ancora
il Pasc, cioè la zona incolta di pascolo comune, fu
attuata intorno al 1820 con il piantamento di un
viale di platani, di cui sussiste un maestoso
esemplare. Quest’idea rifletteva la sistemazione ad
allee care all’urbanistica del periodo napoleonico e
della Restaurazione, quali si andavano realizzando a
Torino lungo il perimetro degli antichi bastioni.
L’allea dei platani realizzata sulla stretta e lunga
lingua di terreno compresa tra i due canali Po
Piccolo e Vuotasacco, valorizzasse in senso
paesaggistico per il pubblico passaggio una
sistemazione idrologica, con criterio affine a
quello che aveva ispirato Torino tra il Po e il
Canale Michelotti.
L’installazione del lanificio Bona all’interno di
Carignano costituisce l’unica duratura iniziativa
industriale capace di incidere profondamente
sull’economia locale. Le conseguenze di questo nuovo
impianto si recepiscono in tutti i settori, da
quello immobiliare a quello infrastrutturale.
Alle
soglie del nuovo secolo Carignano è una piccolissima
one company town, che ai rischi della
specializzazione eccessiva unisce la fragilità delle
piccole dimensioni: il destino è segnato. Circa un
sesto dell’abitato, ormai ridotto all’osso, è
occupato dal monastero di Santa Chiara, di cui si è
detto più volte, nel sestiere di nord-ovest, fra la
porta dei Meinardi e quella del Rivellino. Anche
l’istituto delle clarisse versa in condizioni
finanziarie critiche. Passato in mano
all’amministrazione comunale, l’immobile è venduto
come area industriale. Dopo gli esperimenti falliti
dei fratelli Lazzaroni e dei Colono Borgnana,
finalmente i Bona riescono a farne un lanificio,
abbattendo dapprima gli edifici del convento, poi la
chiesa, infine anche il campanile. Il prepotente
inserimento dell’opificio nella città si manifesta
nel blocco sempre più integrato e caratterizzato dei
volumi edilizi. Se l’alta ciminiera eretta sul
fronte nord si impone come segno dominante sulle
preesistenze conventuali e sull’intero paesaggio
cittadino, l’avanzamento del prospetto
settentrionale, realizzato verso il 1900 sul tratto
ancora scoperto del canale dei Molini, sospinge la
presenza della fabbrica a ridosso del percorso
d’ingresso della città. Sul fronte settentrionale e
occidentale si possono notare delle ristrutturazioni
con elementi di tradizione antonelliana, effettuati
verso il 1890. ai primi del Novecento risale la
costruzione di sheds a copertura del canale. Nel
1906 viene sostituita la chiesa lanfranchiana con il
reparto tintorie. Nel 1920 viene creata la palazzina
degli uffici e il portale neobarocco. Nel 1926 verrà
terminata la costruzione di un’altra manica
dell’edificio, ma tali interventi non avranno fine
fino agli anni Cinquanta. L’insediamento
dell’industria aveva creato oltre al problema del
riassetto dell’area da essa occupata, quello della
ricerca di abitazione per le maestranze: ha così
origine, dettata dall’esigenza di alloggiare
proprietari, dirigenti e manodopera, una progressiva
trasformazione di una parte della città. I
proprietari dello stabilimento Lorenzo Valerio Bona,
Lorenzo Delleani, ecc., adattano vecchi palazzi
signorili per la propria residenza: Palazzo Provana
del Sabbione, Casa Vivalda di Castellino, Palazzo
Rasino, casa San Martino della Morra e di Cervere.
Gaspare Bona abitò invece, dal 1923 e fino alla
morte, in una villa suburbana con parco in via
Braida, già di proprietà di Alberto Delleani. La
presenza dell’industria aveva mutato l’equilibrio
politico locale, con l’inserimento ai posti di
potere del nuovo gruppo industriale, subito
contrapposto alla vecchia borghesia che aveva
dominato le amministrazioni del tardo Ottocento. Il
Lanificio Bona troverà una sede fuori Carignano nel
secondo Novecento, abbandonando progressivamente il
complesso storico, e fallendo negli anni Ottanta di
fronte all’automazione e alla concorrenza
internazionale.
Il Duomo
Nel centro storico della
cittadina svetta il
Duomo
barocco
dedicato ai
S.S. Giovanni Battista
e
Remigio,
progettato da
Benedetto Alfieri
e decorato da
Paolo Gaidano.
Si affaccia sull'antica piazza del mercato, proprio
di fronte al Palazzo Civico oggi in disuso.
Nel
1755,
con una delibera del consiglio comunale, si decise
di abbattere l'antica chiesa cittadina e di
edificare un nuovo edificio su progetto di
Benedetto Alfieri.
Il cantiere si protrasse per sette anni: dal
1757,
con la posa della prima pietra al
1764,
anno della solenne consacrazione da parte del
cardinale
Carlo Vittorio Delle Lanze,
periodo durante il quale l'Alfieri
presentò un secondo progetto, divenuto poi
definitivo.
Il Duomo di Carignano rovescia alcuni degli schemi
abitualmente seguiti in architettura: anzitutto la
convessità della facciata e la visuale offerta ai
visitatori, entrando dalla porta principale si
possono vedere contemporaneamente tutti gli altari.
L'edificio, a
navata
unica, conta ben sei cappelle, tre a sinistra e tre
a destra del
presbiterio,
ed è sovrastato da una monumentale volta anulare.
All'interno si possono ammirare alcuni arredi
recuperati dalla vecchia parrocchiale
gotica,
tra i quali il contraltare ligneo (datato
1756),
che raffigura uno scorcio della città vecchia e del
castello poi abbattuto. Le decorazioni vere e
proprie iniziarono prima della consacrazione e
videro tra gli artisti impegnati Andrea Rossi,
Francesco Bottinelli
e Sant Bartolomeo. Tra le opere d'arte che ornano il
Duomo vanno segnalate l'altare
maggiore in marmo, eseguito da Rossi e Bottinelli,
le quattro grandi statue dei Dottori della Chiesa,
realizzate nel
1764
da
Carlo Giuseppe Bollina
e la cassa dell'organo, intagliata nel
1771
dal carignanese Giuseppe Antonio Riva. Di
particolare rilievo è l'altorilievo rappresentante
il Padreterno Benedicente e i Santi patroni della
Città, realizzato da
Giovan Battista Bernero.
L'affresco degli interni fu affidato, solo nel
1879,al
pittore Emanuele Appendini, autore del Giudizio
Universale e dei dipinti sulle volte di alcune
cappelle. Dopo la sua morte, avvenuta in quello
stesso anno, fu chiamato
Paolo Gaidano,
che portò a termine l'opera, affrescando scene della
vita di
Giovanni Battista
e
Remigio.Una
citazione a parte la merita il campanile.
Inizialmente fu eretto un piccolo campanile su cui
fu posta la campanella di segnalazione. Nel
1833
furono raccolti fondi per l'innalzamento, ma senza
risultato. Solo nel
1932
partì la costruzione del campanile, in stile
neobarocco,
così com'è ancora visibile oggi.
